domenica, 24 giugno 2007
Venerdì 29 giugno suoniamo a l’Aquila insieme a Disforia e End of Ethics dalle 21,30 al Parco del Sole all’interno della manifestazione “AMORE, ARTE E RIVOLUZIONE”
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mercoledì, 20 giugno 2007
Prendiamo il testimone passatoci da Cannella e vogliamo proporvi questa storia: È la storia di Perelman il guru russo delle equazioni. Dopo aver risolto uno degli enigmi matematici più difficili, ossia la celebre "congettura topologica di Poincaré", rifiutò l'estate scorsa la medaglia Fields, il "Nobel" dei matematici, e il corrispettivo assegno di un milione di dollari. Grigori Perelman detto Grisha sparì di circolazione: "Non voglio essere uno scienziato da vetrina". I soldi? "Troppi. In Russia il denaro genera sempre violenza". Abbandonò il posto all'Istituto di Matematica Steklov della città di Pietroburgo senza lasciar traccia e senza nemmeno avvisare la direzione. D'altra parte, non l'avevano rieletto membro dell'Istituto Steklov e questo l'aveva amareggiato assai. Così, pigliò le sue cose, uscì dall'Istituto e di lui non si seppe più nulla. Ebbene, Perelman è stato "avvistato" il 12 giugno scorso. Viaggiava in metropolitana, a San Pietroburgo. Un blogger lo ha riconosciuto e gli ha fatto di nascosto quattro foto con il suo cellulare. Poi le immagini le ha messe su Internet. Beffando i segugi delle grandi agenzie fotografiche internazionali. E quelli russi che si sono dovuti accontentare di riprendere le foto dal web. Il genio ribelle che aveva detto al New Yorker: "Finchè non ero ben visibile non avevo scelta. O fare cose orribili, o, se non le facevo, essere trattato come un cane. Ora che sono diventato una persona molto visibile, non posso rimanere come un cagnolino e non dire nulla. Per questo ho deciso di abbandonare". Preferendo condividere con la madre un appartamento miserabile in una khrusciovka, uno di quelle costruzioni popolari che Nikita Kruscev fece edificare per dare alloggio alle famiglie sovietiche. Disse no anche alla prestigiosa rivista "Nature" che voleva intervistarlo, roba da sconcertare i suoi colleghi che invece avrebbero fatto i salti mortali per un "botta e risposta" su quelle pagine. Niente. Perelman si era nascosto in qualche isba, a lavorare lontano dai riflettori e dalle pressioni degli accademici che lo volevano ingaggiare per dar lustro alle loro università. Perché Perelman è uno che detesta la ribalta, detesta persino dover spiegare, scrivere, raccontare il tragitto compiuto per riuscire a risolvere i grandi complessi problemi insoluti della matematica. La sua scoperta l'ha distillata su un sito di prepubblicazioni scientifiche, senza seguire il percorso accademico consacrato. Era il 2002. Un anno dopo, dovette scrivere due articoli per fornire ulteriori spiegazioni, sino ad affrontare una tournée delle università americane per spiegare a voce come aveva trovato la soluzione definitiva alla Congettura enunciata nel 1904 da Henri Poincaré. Giornali e riviste hanno sguinzagliato i loro più abili reporter per strappare un'istantanea o due battute allo scontroso matematico. Nove mesi spesi invano a dargli la caccia. Ormai non ci pensava più nessuno all'eremita di Pietroburgo, e a quel milione di dollari rimasto nelle casse del Clay Mathematics Institute americano, il generoso sponsor del premio Fields. Sino al 12 giugno scorso. Quando Perelman viene "intercettato" in metropolitana, a Pietroburgo, da Dmitri Sergieevic Butoga, un blogger del web che si firma "Sapienti.sat". Dmitri riconosce immediatamente il tizio alto, dallo sguardo allucinato e la fronte sterminata che sembra Rasputin, la barba lunga ed incolta come la corona dei capelli parecchi centimetri, scarpacce da basket che hanno conosciuto anni migliori. "E' lui, Grisha Perelman!". Senza farsi notare, Dmitri armeggia con il microbiettivo del suo telefonino. Tre, quattro scatti. L'altro, lo scienziato, non si accorge di nulla. Pare assorto nel suo mondo di numeri, teoremi e calcoli tridimensionali. Scribacchia qualcosa su un foglietto, è perso nei suoi ragionamenti. Non sappiamo se Butoga abbia pedinato Perelman. Lui dice di no. Lo scienziato ha preso il metrò alla stazione Kupcino, dove abita, ed è sceso al Parco della Vittoria. Un tragitto breve, tre fermate. Si è allontanato "immerso nei propri pensieri". A San Pietroburgo da qualche giorno circolano t-shirt nere con il ritratto di Perelman. Sotto, una scritta: "Respect" in inglese. Sulle spalle, in russo, si legge: "Non tutto si compra".
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lunedì, 04 giugno 2007

Come molti di voi avranno capito questo blog è stato gestito fin dall'inizio da Carlo Cannella. Carlo Cannella, è vero, ha messo sù gli Affluente, ma non è un membro attivo del gruppo dall'ormai lontanissimo 1998. Diciamo che sono stato io a cantare in tutti i dischi, compreso "Libera fame" uscito il novembre scorso, ma che non ho niente a che fare con l'attività della band in senso stretto. Insomma non sono io che canto ai concerti, nè ho voce in capitolo sulle scelte, di qualunque genere, che hanno fatto e faranno in futuro i componenti del gruppo.

E' venuto dunque il tempo di lasciare spazio agli Affluente. Da oggi saranno loro a gestire direttamente il blog e a confrontarsi faccia a faccia con i lettori. Avranno così modo di rispondere al loro entusiasmo, e perchè no, anche ai loro appunti.

Per quanto mi riguardo non mi resta che augurare buon viaggio al gruppo e salutare con una pacca sulle spalle tutti quelli che hanno voluto manifestarmi nel frattempo la loro amicizia e la loro attenzione. Ciao.    

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martedì, 13 marzo 2007

Una volta, tanto tempo fa, scrissi il testo di una canzone al quale sono rimasto molto affezionato (si può dire, o suona troppo mieloso? Ok, facciamo che si può). Si chiamava "Non soggetto al cambiamento" e chiudeva abbastanza dignitosamente l'ep "Moltitudine suina". A distanza di così tanti anni è bello rendersi conto di essere la stessa persona di allora, anche se molte cose nella mia vita sono cambiate. Le cose intorno a me, voglio dire, io no.

Al contrario c'è un mucchio di gente che vorrebbe guardarsi allo specchio senza provare la tentazione di sputarsi addosso. Siccome si rendono conto che è difficile, s'inventano panzane grosse come elefanti per cercare di giustificarsi. Una è Franca Rame.

Leggetevi questo bellissimo post di Cloro al Clero, tutto dedicato ai tormenti della signora Rame sul voto in senato per la missione guerriera in Afghanistan. Ne vale la pena. Io lo condivido in pieno.

 

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venerdì, 02 marzo 2007

Oggi basta aprire a caso le pagine dei maggiori quotidiani italiani per leggere di tutto. Quando dico tutto intendo dire stupidaggini della peggior specie. Un esempio? Qualche giorno fa un pescatore australiano affermò di aver preso a schiaffi uno squalo. "Mi stava mangiando le esche" disse, "così sono sceso in acqua, l'ho preso per la coda e l'ho convinto con le cattive a lasciar perdere". Un attimo dopo la notizia fece il giro del mondo. E quel che è peggio tutti la presero per vera. C'erano prove al riguardo? No, solo la voce del protagonista, un ubriacone per sua stessa ammissione, però immediatamente la barzelletta divenne un fatto e fece il giro del mondo. Il perchè è facile immaginarlo. Il lettore bisogna affascinarlo. L'informazione è teatralità, altrimenti non serve a niente. E non serve a niente perchè non vende.

Ora sentite questa. Un mese fa Zbigniew Brzezinski, ex consigliere nazionale della sicurezza degli Stati Uniti, si presentò al Senato e rilasciò una dichiarazione, non proprio a braccio se è vero che l'aveva preparata e scritta di suo pugno proprio in vista dell'audizione in Senato. Disse testualmente questo:

"Dobbiamo mettere in conto questo scenario: una guerra con l'Iran, inevitabile risposta alla nostra intollerabile sconfitta in Iraq. Dobbiamo attribuire la responsabilità di questa sconfitta all'Iran. Poi mettere in atto qualche provocazione in Iraq o un attacco terroristico sul suolo americano, di cui l'Iran sarebbe ritenuto responsabile. Tutto ciò culminerebbe in una nostra azione difensiva contro l'Iran.

Nessun giornale italiano ha riportato la notizia.

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mercoledì, 28 febbraio 2007

La storia del crollo della borsa cinese è proprio divertente. Come sempre succede in questi casi ha trascinato al ribasso tutte le maggiori piazze finanziarie, prima fra tutte quella di Wall Street. Nessuno che abbia spiegato perchè è successo. E' forse stato casuale? Non credo.

La crisi è stata avviata nel momento in cui s'infittavano le voci di un probabile attacco israeliano contro l'Iran, il cui vero scopo è prevenire proprio il tracollo della borsa americana. Garbatamente i cinesi hanno fatto sapere a Washington che se meditano un attacco atomico per evitare di finire in bancarotta, beh, loro possono mandarceli in sei ore e senza sparare un colpo.

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lunedì, 26 febbraio 2007

E’ vero che la rabbia ottenebra la ragione? Non sempre. A volte, è vero, può farti esplodere in maniera incontrollabile (ed è per questo che la gente ha di solito una pessima percezione della rabbia, non può fare a meno di associarla alla violenza e al dolore), ma se impari ad indirizzarla, a non averne paura, a trarne profitto, può essere uno strumento insostituibile per liberare il cervello dalla nebbia. Di sicuro non ha niente a che vedere con l’ideologia. Certe idee non si formano dalle sensazioni, ma dallo studio dei documenti e dai fatti reali. Se dico ad esempio che l’idea di una guerra mondiale islamica non è stata un’invenzione di Bin Laden, ma un’operazione allestita in grande stile dalla Cia e dall’Isi (il servizio segreto pakistano) sono forse accecato dalla rabbia, vittima dell’ideologia, o sto invece lucidamente prendendo coscienza dei fatti? E’ vero o no che la tradizione del jihad, di una guerra giusta con un’autorizzazione religiosa, fu ripristinata nel 1986 dagli americani? Se ad affermarlo è lo stesso capo della Cia di quel tempo, William Casey, direi proprio di sì. Egli adottò tre misure importanti. La prima fu di convincere il Congresso a incrementare la guerra antisovietica in Afghanistan fornendo ai mujahiddin consiglieri americani e missili antiaerei Stinger. La seconda fu di estendere la guerriglia islamica dell’Afghanistan alle repubbliche sovietiche di Tagikistan e Uzbekistan. La terza fu di reclutare musulmani radicali di ogni parte del mondo che andassero ad addestrarsi in Pakistan e a combattere con i mujahiddin afghani. Erano secoli che il mondo islamico non assisteva a un jihad armato, più o meno 400 anni, e fu dunque la Cia, non Al Qaeda, a crearne uno. Le testimonianze e i documenti che dimostrano ciò sono innumerevoli. Ricordava ad esempio Pervez Hoodbhoy nel 2001:

 

“Con Zia-ul-Haq del Pakistan quale principale alleato dell’America, la Cia ricercò sul mercato, e reclutò apertamente, guerrieri islamici per la guerra santa in Egitto, in Arabia Saudita, in Sudan e in Algeria. L’Islam radicale pervenne alla sua massima potenza quando la superpotenza, sua alleata e mentore, incanalò gli aiuti ai mujahiddin, e Ronald Reagan li festeggiò sul prato della Casa Bianca, profondendosi in elogi ai “coraggiosi combattenti per la libertà che sfidavano l’Impero del Male”.

 

Ora, partendo dal presupposto che il sig. Cannella cerchi sempre di documentarsi prima di sparare cazzate a caso, cosa ci sarebbe da aggiungere per rispondere adeguatamente alla provocazione lanciata da Hiraoka nel post precedente? Mi verrebbe da dire: niente. Un conto è consultare documenti e proporli all’attenzione della gente, altra cosa credersi un dio e avere nel pugno il frutto marcio della verità. E’ inutile stare qui a raccontarsi storie. La spinta propulsiva innestata dal denaro è talmente forte che ogni alternativa proposta rischia di lasciare sul terreno solo un mucchio di ossa. Potrei cominciare a buttar giù idee che girano intorno all’abolizione del lavoro, alla vacanza generalizzata e collettiva (c’è in giro un interessante e semi-clandestino libretto di Bob Black che tratta l’argomento in maniera interessante), oppure invocare il futuro primitivo di John Zerzan, l’abolizione dello scambio sotto qualsiasi forma, o peggio ancora perdermi dietro la filosofia pre-industriale e anche un po’ ascetica del desiderare meno, ma rischierei di passare per un sognatore romantico, e detto fra noi la faccenda non mi piace per niente.

La cosa più importante, invece, è che si riesca ad opporci in qualche modo alla fine della storia, a un dominio perfetto basato sull’adesione costante e convinta dei governati alle opinioni dei governanti. Per far questo è opportuno difendere con i denti un sistema costitutivo di senso, che renda cioè possibile selezionare tutta una serie di possibili alternative proposte, attualizzare un dato a partire dalla sua ideazione, sia in ordine al sistema nella sua completezza sia a ogni singola parte di esso. Fintanto che ci saranno in giro movimenti d’azione e d’opinione che si frappongono alla logica dominante dell’accaparramento sistematico delle risorse, alla legge del più forte e alla guerra permanente, è anche logico credere che si possa pervenire un giorno non solo a commemorare i crimini commessi dagli altri ma anche a non dimenticare i propri, a non cercare più nobili pretesti morali per ignorare i problemi reali, e perché no anche a tagliare i lacci che ci tengono avvinti al modo di produzione capitalistico, alla ripartizione ineguale delle ricchezze e allo sfruttamento dei popoli.          

 

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venerdì, 16 febbraio 2007

Ieri cow-boy Bush si è alzato di buon umore. Ha detto chiaro e tondo che in primavera vi sarà un'offensiva della Nato in Afghanistan. Lo scopo è ormai chiaro perfino ai bambini: sterminare fino all'ultimo talebano, lottare contro il terrorismo internazionale e rafforzare così la sicurezza dei paesi occidentali. L'Italia è stata invitata a partecipare, a fornire forze aggiuntive e sostegno, e il governo sinistrorso, si sa, ha già fornito ampie rassicurazioni sulla faccenda.

Adesso però facciamo un passo indietro. Anzi due. L'interessamento statunitense alla regione afghana, com'è noto a chi si occupa di storia e di relazioni internazionali, risale alla fine degli anni '70. L'ex direttore della Cia, Robert Gates, ha recentemente affermato in un libro di memorie che l'aiuto prestato ai mujahiddin ebbe inizio ancor prima dell'invasione sovietica. Fu in quel tempo che si formarono élites di combattenti sostenuti dagli Stati Uniti con l'appoggio dell'Arabia Saudita e del Pakistan. Dopo il ritiro dei sovietici e la fine del regime di Najibullah, i mujahiddin cominciarono a combattersi fra loro per gli interessi sulla regione, in particolare per le sue riserve petrolifere. Fin quando una delle fazioni in lotta, quella dei talebani, riuscì a conquistare Kabul. Era il 1996.

Nel frattempo la Unocal, un consorzio di società americane del settore petrolifero, aveva cominciato ad interessarsi attivamente alla possibilità di sfruttare i giacimenti di petrolio e di gas del Turkmenistan e dell'Asia Centrale. Per raggiungere il mare, la via più breve per gasdotti e oleodotti era quella che passava attraverso l'Iran, ma l'inimicizia fra Stati Uniti e l'Iran post-rivoluzionaro imponeva un'altra strada, più lunga, che passava attraverso l'Afghanistan e il Pakistan. All'indomani della vittoria dei talebani, dunque, una loro delegazione fu invitata e trattata con tutti gli onori a Huston, in Texas, dai dirigenti della Unocal. Successivamente, nel dicembre 1997, una riunione di più alto profilo ebbe luogo a Washington: vi parteciparono membri della Unocal, il sottosegretario di stato di Clinton, Karl Indeforth, e alcuni esponenti del neonato governo talebano. 

Anche allora i talebani erano il gruppo rigorista addestrato all'ombra delle madrasa (le scuole coraniche finanziate dai sauditi), ma fintanto che avessero acconsentito a far transitare gli oleodotti della Unocal in territorio afgano potevano tranquillamente essere ricevuti a Washington e firmare trattati commerciali con gli Stati Uniti. Poichè ad un certo punto gli accordi non ebbero buon esito (per l'impossibilità, da parte dei talebani, di pacificare completamente il paese e soprattutto la regione del Nord-Ovest, strategicamente essenziale per gli interessi americani perchè confinante con il Turkmenistan), i rapporti si deteriorarono rapidamente.

Fu così che un paese che molti non saprebbero nemmeno posizionare sulla cartina, diventò da un giorno all'altro un covo di terroristi. In attesa che venga liberato, che sia insediato al suo interno un governo fantoccio filo-occidentale, che gli oleodotti della Unocal riescano finalmente a transitarvi, e che il bene trionfi, apriamo a caso una paginetta della sacra bibbia e preghiamo insieme al presidente Bush l'unico vero dio.    

 

 

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lunedì, 12 febbraio 2007

Ricevo e pubblico:

LETTERA APERTA ALL'AMBASCIATORE STATUNITENSE IN
ITALIA, IN OCCASIONE DELLA SUA PRESENZA A FIRENZE, A
PROPOSITO DELL'"ANTI-AMERICANISMO"

Firenze,
12 febbraio 2007

All'Ambasciatore Ronald Spogli
Ambasciata statunitense, Roma


Egregio Ambasciatore,

Come cittadini statunitensi in Italia Le scriviamo per chiedere una
fine alle ingerenze della nostra Ambasciata nella vita politica
dell'Italia.

La sua lettera firmata da altri quattro ambasciatori per fare
pressione sul Governo italiano perché continui la sua partecipazione
alla guerra in Afghanistan è stata una inaudita e inaccettabile
interferenza dell'Ambasciata USA nella dialettica democratica di
questo paese, oltre a suonare offensiva alla grande maggioranza
degli italiani che secondo i sondaggi vorrebbero il ritiro delle truppe
italiane anche in rispetto dell'Art. 11 della Costituzione che dichiara
che "L'Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali."

Poi, pochi giorni dopo, l'Ambasciata USA ha compiuto a parere
nostro una seconda grave scorrettezza. Ha inviata a noi
statunitensi in Italia una lettera di avvertimento di possibile pericolo
per noi qualora volessimo andare a Vicenza il 17 febbraio per
protestare, insieme ai cittadini italiani, contro la creazione di una
megabase USA, la più grande base offensiva all'estero. Questa
manifestazione viene caratterizzata come "anti-statunitense" dalla
lettera che consiglia a tutti di stare lontano dalla città dal 16 al 18
febbraio per evitare di diventare "bersagli di manifestanti anti-USA".

I contenuti della lettera non corrispondono alla realtà, diffondono
paura e ignoranza, offendono l'intelligenza degli statunitensi in Italia
e la realtà democratica della società italiana.

Prima di tutto, la manifestazione del 17 febbraio non è anti-
statunitense; è contro la richiesta da parte del Governo USA di
costruire una nuova megabase statunitense nei pressi del centro
della città di Vicenza, città riconosciuta dall'UNESCO come
patrimonio culturale dell'umanità. La verità è che la stragrande
maggioranza dei vicentini e del popolo italiano intero non vuole
questa ennesima base USA (siamo già presenti in Italia con circa
20 installazioni militari). Il 2 dicembre 2006 circa 30.000 persone
hanno manifestato a Vicenza contro la base con un bel corteo
colorato e pacifico al quale delegazioni di cittadini statunitensi di
Firenze e Roma hanno partecipato senza mai incontrare episodi
"anti-USA". Anzi, la nostra presenza è stata molto apprezzata.

Distribuire una lettera ai cittadini per dire che corrono dei pericoli in
Italia a causa di una manifestazione politica è un tentativo neppure
troppo nascosto di scoraggiare o addirittura mettere il bavaglio ai
cittadini che vorrebbero esprimere il loro dissenso dalle politiche di
guerra e di occupazione dell'amministrazione Bush.

Lei, Ambasciatore, certamente rappresenta il governo di Bush e
Cheney, ma le ultime elezioni federali negli USA dimostrano che
quel governo non rappresenta più la maggioranza del nostro
popolo, soprattutto per quel che riguarda la politica estera e la
guerra. La società USA è profondamente malata di militarismo e,
sempre di più, i nostri concittadini dicono basta!

Alle manifestazioni contro le basi, come a Vicenza o a Camp Darby
o ad Aviano o a Sigonella, alle manifestazioni contro la guerra, qui
in Italia e in tanti altri paesi come negli USA (le centinaia di migliaia
di manifestanti a Washington e in altre città USA il 27 gennaio
scorso erano dei pericolosi anti-americani?), la gente protesta non
contro il popolo statunitense ma contro la violenza delle guerre e
delle occupazioni militari sostenute dal governo USA in Iraq (più di
655.000 morti dall'inizio della guerra) ma anche in Afghanistan e
Palestina. Protesta contro la militarizzazione del territorio e
dell'economia, contro la presenza di basi straniere con lo stoccaggio
di armi nucleari e all'uranio impoverito. Come Amnesty International
chiede la chiusura del campo di Guantanamo e di tutte le carceri
segrete e la fine dei voli segreti della CIA (p.e. il caso di Abu Omar),
oltre alla fine della pratica della tortura e la violazione dei diritti
umani (sono richieste "anti-americane"?). Chiede un altro mondo
possibile con una nuova cultura di pace e giustizia globale.

Noi cittadini statunitensi in Italia, come milioni di altri concittadini
negli U.S.A., ci opponiamo alla politica di guerre all'estero e di
cancellazione dei diritti civili nel nostro paese portata avanti dal
governo di Bush e Cheney mentre seri problemi sociali vengono
ignorati. Negli USA abbiamo il peggior sistema sanitario del mondo
occidentale con circa 50 milioni di persone senza assicurazione
sanitaria. Abbiamo il più alto numero di persone in carcere e il più
alto tasso di incarcerazione di tutto il mondo (siamo 5% della
popolazione globale con 25% degli incarcerati), con più di 4.000
persone nel bracio della morte. Chiediamo risorse non per le forze
armate ma per la sanità, la scuola, l'ambiente, il lavoro, la
ricostruzione delle città, il trasporto pubblico, la solidarietà con il
resto del mondo.

Quarant'anni fa ai tempi della guerra in Vietnam, Martin Luther King
dichiarò: "Siamo al punto, nelle nostre vite, in cui bisogna agire in
prima persona affinchè il nostro paese soppravviva alla propria
follia. Ogni uomo con le convinzioni umane deve decidere la
protesta che meglio si adatta alle sue convinzioni, ma dobbiamo tutti
protestare." E aggiunse: "Viene il momento in cui il silenzio è
tradimento."

Noi cittadini statunitensi in Italia il 17 febbraio saremo presenti a
Vicenza perché a parere nostro la manifestazione contro le basi e
contro le guerre è una manifestazione di sostegno anche alla
maggioranza dei cittadini statunitensi che desidera un cambio di
rotta nella politica statunitense – all'estero e in paese.

Le chiediamo pertanto di inviare una lettera di rettifica ai nostri
concittadini in Italia per dire che la manifestazione del 17 a Vicenza,
lontano da rappresentare un fenomeno di "anti-americanismo",
sentimento assai poco diffuso in Italia e soprattutto fra il popolo
della pace, rappresenta invece un prezioso esempio di esercizio di
un diritto democratico fondamentale al quale gli statunitensi in Italia
parteciperanno e sono invitati a partecipare.


per la pace,


Statunitensi contro la guerra (Firenze)
comiraqusa@yahoo.it
Statunitensi per la pace e la giustizia (Roma)
info@peaceandjustice.it
http://www.peaceandjustice.it

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martedì, 06 febbraio 2007
Una volta eravate abituati a sentire la mia su un mucchio di faccende. Siccome per me questo è un momento un po' incasinato e non ho più il tempo per farlo, eccovi la ghiotta opportunità di girare intorno a certi argomenti, cazzate per lo più, ma insomma... un'intervista seria, eh...
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